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Drones used as Proxies to get around ISP blocking and law enforcement: Predator’s to add server payload?

Cross Posted from TheAviationist.

Nearly in contemporary with the breaking news that a judge in New Zealand’s High Court has declared that the order used to seize Kim Dotcom’s assets is “null and void”, writing another page inside the endless MegaUpload saga, The Pirate Bay, one of the world’s largest BitTorrent sites, made another clamorous announcement. Tired of countering the block attempts that forced, last month, to switch its top-level domain, possibly to avoid seizure by U.S. authorities, and in October 2011 to set up a new domain to get around ISP blocking in Belgium, the infamous BitTorrent site is considering the hypothesis to turn GPS-controlled aircraft drones into proxies, in order to avoid Law Enforcement controls (and censorship) and hence evade authorities who are looking to shut the site down.

A Predator drone carries a few servers…as tin cans would trail a newly married couple’s car

The drones, controlled by GPS and equipped with cheap radio equipment and small computers (such as Raspberry Pi), would act as proxies redirecting users’ traffic to a “secret location”. An unprecedented form of (literally) “Cloud Computing”, or better to say “Computing in the Clouds”, capable to transfer, thanks to modern radio transmitters, more than 100Mbps at over 50 kilometers away, more than enough for a proxy system.

This is essentially what MrSpock, one of the site’s administrators, stated in a Sunday blog post (apparently unavailable at the moment). Curiously the drones are called “Low Orbit Server Stations”, a name not surprisingly much similar to the “Low Orbit Ion Cannon”, the DDoS weapon used by the Anonymous collective, capable of evoking very familiar hacktivism echoes.

Actually this is not the first time that hackers try to use air communication to circumvent Law Enforcement controls. At the beginning of the year, a group of hackers unveiled their project to take the internet beyond the reach of censors by putting their own communication satellites into orbit.

What raised some doubts (at first glance this announcement looks like an anticipated April Fools), is not the the use of a Low Orbit Server Stations, but the fact that moving into an airspace would be enough to prevent Law Enforcement Controls (and reactions).

Drones are subject to specific rules and restrictions and can only fly along reserved corridors to deconflict them from civilian and military air traffic. And they have to land every now and then, unless someone thinks these pirate robots can be air-to-air refueled.

As a commenter of The Hacker News correctly pointed out: “There seems to be a lot of misunderstanding about who “owns” the airspace of a given country“: definitely a drone flying too high would be classified as a threat and forcibly removed by an air force, a drone tethered to ground would be subjected to local zoning laws, while a drone broadcasting from an “intermediate” height would probably violate a number of existing laws and forced to shut down.

At the end it is better to turn back to “Ground Computing” as opposed to “Cloud Drones”. As a matter of fact “it’s probably a lot easier to find a friendly government and host a normal server in that country“.

If you want to have an idea of how fragile our data are inside the cyberspace, have a look at the timelines of the main Cyber Attacks in 2011 and 2012 (regularly updated) at hackmageddon.com. And follow the author of this article @pausparrows on Twitter for the latest updates.

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Prossimo Optional in Auto? L’Antivirus!

Tra le poche certezze che “guidano” i miei gusti automobilistici vi è sicuramente l’amore incondizionato per il Biscione (anche se da troppo tempo in cerca di tempi migliori). Anche se il mio feeling con la Casa del Portello è attualmente nel bel mezzo della classica “pausa di riflessione”, questo non mi ha comunque portato ad abbandonare il Blue&Me, il sistema multimediale del Gruppo Fiat, basato su tecnologie Microsoft, al quale mi sono oramai abituato e del quale non potrei più fare a meno.

Certo mi sono chiesto tante volte le implicazioni in termini di sicurezza nell’inserire una porzione del codice a finestre di Redmond all’interno di un automobile, e più in generale nel demandare ad un sistema operativo embedded il controllo di alcuni parametri dell’automobile; ma fino ad oggi (a parte il caso della presunta infezione Toyota poi rivelatosi una bufala) non c’è stata mai occasione (e necessità) di approfondire la questione. In realtà mi è sempre rimasto il dubbio della privacy (chissà quanti proprietari di auto dotate di sistema Blue&Me si ricordano di cancellare la rubrica quando restituiscono o vendono l’auto oppure, in teoria, la lasciano in officina), ma non è niente di particolare in quanto si tratta dell’ennesima minaccia, questa volta a quattro ruote, per i nostri dati che oggigiorno vivono letteralmente circondati da occasioni di breccia.

Questo perlomeno fino a pochi giorni orsono, quando mi sono imbattuto in una di quelle notizie che certamente non passano inosservate: un gruppo di ricercatori, coordinati da Tadayoshi Kohno, professore associato al dipartimento di Informatica dell’Università di Washington, e Stefan Savage, professore di Informatica dell’informatica dell’Università di San Diego ha effettuato uno studio di due anni, presentato la settimana scorsa al National Academies Committee on Electronic Vehicle Controls and Unintended Acceleration, inerente la sicurezza dei sistemi multimediali che equipaggiano le automobili, giungendo alla  sconfortante conclusione che è possibile, sfruttando le vulnerabilità di questi, ottenere da remoto il controllo pressoché totale dell’autovettura.

I nostri, che non sono nuovi ad imprese del genere, erano già riusciti in passato a prendere il controllo remoto di una berlina con accesso fisico (ovvero mediante la porta diagnostica). Nella circostanza attuale la situazione è notevolmente diversa dal momento che il controllo è stato ottenuto mediante software malevolo iniettato nel sistema di diagnostica e, fatto ancor più sconcertante, mediante la connessione bluetooth del dispositivo (con un dispositivo già accoppiato o accoppiato illecitamente) o anche, addirittura, per mezzo di codice malevolo nascosto su una traccia audio di 18 secondi riprodotta dal lettore multimediale di bordo.

L’exploit è stato portato a compimento su berline medie appartenenti al mercato americano equipaggiate con i sistemi multimediali GM Onstar e Ford Sync, ma questo non vuol dire che la distanza che ci separa dagli States e la diversità di mercato e modelli ci possa far rimanere virtualmente tranquilli.

Architettura di Windows Embedded Automotive, tratta da: “A Technical Companion to Windows Embedded Automotive 7″

Il sistema Ford infatti è parente prossimo del “nostrano” Blue&Me del Gruppone Nazionale Italo-Americano: entrambi affondano una matrice comune nelle Finestre di Redmond, ed in particolare nella declinazione automotive del Sistema Operativo Microsoft denominata Windows Embedded Automotive 7 (e versioni precedenti). Analizzando le specifiche del sistema operativo (auto)mobile si scopre infatti che l’architettura non è un semplice centro di infotainment, ma un framework completo che consente di dialogare con tutti i componenti dell’autovettura grazie ad appositi driver (nativi o di terze parti) per connettere il processore principale, o il co-processore, al bus di comunicazione dei componenti automobilistici, basato su CAN o IEEE 1394 (il firewire automobilistico) o anche di eventuali altri componenti Multimediali basato su MOST. Questo spiega perché, ad esempio, nel caso Fiat sia possibile tramite la chiavetta USB verificare i consumi e le emissioni CO2 della propria autovettura tramite l’applicazione Ecodrive, oppure, come nel caso di Ford l’applicazione Sync possa essere utilizzata anche per informazioni diagnostiche.

Le applicazioni per il sistema multimediale di bordo possono essere sviluppate mediante Visual Studio 2008 e fanno uso degli usuali cavalli di battaglia dell’ecosistema applicativo di Redmond quali Silverlight, ed il sistema di riconoscimento vocale Tellme.

Naturalmente ad oggi non ci sono ancora notizie di attacchi perpetrati sfruttando le vulnerabilità dei sistemi multimediali di ultima generazione (e l’exploit confezionato sopra descritto ha richiesto un lavoro di 10 ricercatori per ben 2 anni apparendo, allo stato attuale, difficilmente replicabile), tuttavia la notizia suona come un campanello di allarme che i costruttori farebbero bene ad ascoltare, soprattutto nel momento in cui si stanno aprendo a standard di tipo open e approntando, come nel caso di Ford, un ecosistema di applicazioni intorno al proprio sistema multimediale. D’altronde non siamo di certo abituati a pensare che l’elettronica (ABS, Airbag, ESP, etc.) di un automobile qualunque di ultima generazione può ormai contare su un numero di ECU (Unità di Controllo Elettronico governate da Microprocessore) compreso tra 50 e 70 (che scende a “sole” 30 e 50 nel caso delle utilitarie) tra loro interconnesse mediante il bus sincrono CAN sopra citato e governate da circa 100 milioni di linee di codice. Il che suona sorprendente se si considera che un F-22 Raptor, ha circa un decimo delle linee di codice (“solo” 1.7  milioni), l’F-35 Joint Strike Fighter ne avrà circa 5.7 milioni e il Boeing 787 Dreamliner a grandi inee 6.5 millioni per gestire avionica e sistemi di bordo.

I possibili scenari di attacco sono estremamente variegati e spaziano dalla possibilità di controllare a piacimento la posizione dell’autovettura dei nostri sogni (mediante il GPS integrato), con l’intenzione di rubarla alla prima occasione utile; sino al sabotaggio remoto agendo su freni, sterzo, chiusura centralizzata, etc. Il tutto magari iniziato da una traccia MP3 donataci da un ignoto (ma non troppo) benefattore (ma non si accettano mai caramelle dagli sconosciuti, nemmeno sotto forma digitale). Il quadro è presumibilmente destinato a peggiorare in quanto sono allo studio sistemi V2V (Veichle2Veichle) e V2I (Veichle2Infrastructure) che consentiranno, tramite connessione Wi-Fi e GPS, di far dialogare i veicoli tra loro (o con apposite infrastrutture) al fine di evitare collisioni e incidenti (ironia della sorte, proprio Ford ha recentemente presentato il proprio prototipo V2V). Per non volare troppo con la fantasia, ometto i veicoli elettrici in cui l’elettronica avrà un ruolo ancora maggiore (e che magari si connetteranno alle smart-grid, sulle cui implicazioni di sicurezza ho già avuto modo di discutere). Non è un caso che alcuni costruttori stiano già correndo ai ripari, ad esempio tramite il progetto EVITA (E-safety Vehicle Intrusion Protected Applications) finalizzato proprio a rendere sicure le comunicazioni V2V o V2I ed EVITAre quindi imbarazzanti intrusioni nelle stesse da parte di cybercriminali a quattro ruote.

Chissà, è possibile che nella prossima auto (spero sia un’Alfa Romeo Giulia, magari a trazione posteriore) dovrò richiedere l’antivirus come optional, o forse sarà già di serie…

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